Crea sito
 ESCAPE='HTML'

I seguenti brani sono tratti da un articolo di Pier Guido Quartero (consulente Centro Studi Criminalistica di Amedeo Ronteruoli) e Amedeo Ronteruoli pubblicato dal “Il Giornale” nella sezione Liguria Cultura a pagina 48, giovedì 24 dicembre 2009

 

 

Nel linguaggio corrente, si usano termini come “bandito”, “fuorilegge”, “brigante” come se fossero sinonimi.
In realtà ognuna di queste espressioni nasce con un proprio significato specifico che va a coprire aree non esattamente coincidenti tra di loro: così il “bandito” è colui che è stato scacciato dalla comunità, il “fuorilegge” è colui che, messo al bando o no, vive per costrizione o per scelta al di fuori della legge, il “brigante” (termine derivante dal francese e introdotto in Italia proprio dai francesi per indicare spregiativamente i partecipanti alla resistenza meridionale favorevole ai Borboni) è infine quel particolare tipo di fuorilegge che si caratterizza per la propensione ad assumere atteggiamenti violenti…in effetti, mentre è facile pensare ad un “bandito gentiluomo”, di “briganti gentiluomini” nessuno ha mai sentito parlare…

Incontriamo in Val Bisagno una figura di brigante classico: Giuseppe “Pipin” Musso, detto “o Diao” ( il Diavolo).
Giovane contadino originario della Fontanabuona, vissuto tra fine ‘700 e primi anni dell’800, il Diavolo guidava una banda che rapinava ed uccideva con brutalità, terrorizzando gli abitanti della valle. All’apice della carriera, incuteva un tale timore che poté permettersi di guidare la processione della Madonna del Carmine, a Molassana, armato di tutto punto ma con una candela in mano.
Verso il 1805, negli anni della dominazione napoleonica, in nostro brigante si pose al servizio degli inglesi e così, un po’ per la caccia che gli davano i francesi, un po’ perché la popolazione locale era stufa di sopportare i suoi soprusi, pensò bene di trasferirsi altrove. A Trieste, dove progettava di poter rilanciare la sua carriera, fu invece catturato in breve tempo e riportato a Genova, dove fu processato e condannato a morte. L’esecuzione, che affrontò coraggiosamente dopo aver voluto -malgrado il soprannome- i sacramenti, si tenne in Sant’Agata, vicino all’Oratorio delle Olivette, alle ore 11 del 19 novembre 1805. Pipin Musso aveva ventisei anni.

Verso la fine dell’800, un altro delinquente ebbe gli onori della cronaca: operava sulle colline di Quezzi e Apparizione e nella zona di Pianderlino.
Lo “Sbirretto”, questo era il nomignolo che il pubblico gli aveva attribuito, non era un violento e la sua attività era incentrata sui furti.
Divenne popolare nel 1883 dopo che la “Domenica del Corriere” e la “Tribuna illustrata” ne ebbero pubblicato il ritratto, e ciò malgrado non si sia mai giunti ad un formale accertamento della sua reale identità.
Il suo soprannome veniva anche utilizzato all’interno di strofette inventate dalla gente per prendere in giro le autorità.
Per colmo dell’irrisione, quando l’aria cominciò a farsi troppo calda, lo Sbirretto ebbe l’abilità di scomparire senza lasciar traccia, cosicché nessuno ha mai saputo chi si celasse dietro a questo soprannome…