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Le seguenti notizie sono tratte dal libro di Corinna Praga “GENOVA fuori le mura”
Italia Nostra, Fratelli Frilli Editori 2006

 

Presentazione di Franca Guelfi di Italia Nostra
ITALIA NOSTRA considera tutto il territorio, anche quello marginale rispetto ai centri degli antichi comuni annessi, un bene ricco di testimonianze storiche e di valori umani e sociali da conoscere e far conoscere, da rispettare, da valorizzare…portando cittadini curiosi ed attenti su per i colli, lungo le vallate e il litorale, a scoprire un patrimonio di storia e di civiltà sconosciuto a tanti genovesi.
Mulattiere mattonate, nuclei abitativi di case rurali, palazzotti signorili, chiese, edicole, piccole testimonianze di archeologia agricola, toponimi rivelatori: non reperti archeologici di un tempo che fu, ma scampoli di un passato ancora oggi vivibili e vivi, anche se spesso sconosciuti…
Vi invita a conoscere questi luoghi e spera che dalla conoscenza venga l’impegno per garantirne la conservazione dovuta ad autentici presidi del territorio;
perché le case sparse abitate, i percorsi frequentati, il piccolo emporio, la trattoria garantiscono presenze vigili contro i rischi che minacciano il nostro ambiente: le alluvioni provocate dal mancato controllo delle acque e le frane provocate dalla mancata manutenzione dei muretti delle fasce, gli incendi colposi o dolosi, l’abbandono e il degrado dei boschi.

 

 

AREA DI MARASSI
Marassi è forse il toponimo più interessante di tutta la città, quello che racconta la qualità del terreno di epoche remotissime, di quando ancora gli uomini, pur passando per questo luogo, lo temevano moltissimo.
“Mar-asci” è infatti l’unione di due termini molto antichi:”mar”, antica radice greca che significa “palude”, “stagno”, e “asc” suffisso di origine ligure che indica l’acqua.
Molti i toponimi con questo suffisso nel Genovesato: per citarne solo alcuni più vicini all’area di Marassi, si ricordano Montanasco, Trensasco, Concasca.
Marassi, nelle epoche primitive, fu il luogo temuto della fiumara, là dove Feritore e Ferisiano si uniscono, incontrandosi prontamente con le onde del mare entrato nel piccolo golfo, tra i capi di Carignano e della Foce e giunto fin sotto il Montesano e il Monte.
Particolarmente in questi due ultimi toponimi, che indicano elevati luoghi di salvezza e di vita, si riscontra la pericolosità antica del “Piano” di Marassi dove, assai più tardi, si formò l’insediamento abitativo moderno.
Poco più oltre ancora, il Montino, il Montanasco e il Montesignano sottolineano la presenza di luoghi al sicuro dalle acque minacciose.
Attraverso il “Piano” di Marassi bisognava tuttavia passare, trovandosi la località sulla via diretta che raccordava la città con il valico della Scoffera e quindi con la Val Trebbia e con la Valle Scrivia.
Dalla Crocetta di Mirteto (Piazza Manin), in discesa sullo sperone del Chiappazzo (antica salita Montaldo), oppure dal Borgo Inferiore di Bisagno (Incrociati) sul tracciato viario verso nord ai piedi dello stesso Mirteto (via Ponterotto), si giungeva alla località dove più facile era attraversare l’acquitrino e proseguire il percorso verso la cresta dei monti.
Bisognava però mutare la direzione di novanta gradi verso est e superare l’acqua su un ponte del quale, intorno al Mille, era già nota l’esistenza.
Ancor oggi quel luogo si chiama Piazza del Canto, “canto” inteso come angolo retto, situazione inusuale nelle vie genovesi, quasi tutte spontanee e aderenti all’andamento del terreno.
Tanto inusuale da celebrarla in un toponimo, così come era accaduto per gli incroci perpendicolari ai Quattro Canti di San Francesco o a quelli di Portoria o, ancor prima, ai minuscoli quadrivii di stampo romano della Platealonga, divenuti “caruggi” e rimasti famosi nel linguaggio popolare più per l’esiguità delle dimensioni che per la perpendicolarità degli stessi.
Al di là dell’acqua, sulla riva opposta al Canto, si formò il Borgo Superiore di Bisagno, paese di via al servizio del percorso per Sant’Eusebio e l’entroterra, un abitato che, con il progressivo ridursi della palude detta Marassi, prese dalla stessa il nome e visse di propria vita comunale ai margini della città, sino al 1874.
Non si conosce in quale alluvione il ponte antico, chiamato Ponte di Prete Beroldo, sia andato distrutto.
E’ certo che nel 1425 era menzionato come “Ponte Rotto” e della sua inefficienza si avvertivano i viaggiatori già in località Artoria, dove attualmente inizia la via Ponterotto.
Un complesso di toponimi veramente autentici, capaci di fornire notizie sulle caratteristiche dei luoghi e sulle vicende degli uomini, toponimi che si succedono spontanei in tutto il percorso sino a Sant’Eusebio.
A) un’antica via Crocetta (oggi via del Camoscio per evitare omonimie dopo l’annessione di Marassi a Genova) indicava la biforcazione dei tragitti che portavano in cresta, poi Salita alla Torretta (oggi dell’Aquila) e via delle Rocche costituivano la via più selvaggia ma più veloce.
B) Salita dei Gerbidi, via del Fontanino e via Olmo è il percorso più dolce e abitato, ma più lungo. Entrambi gli itinerari proseguivano per via Leamara e via Al Maro dove, negli ultimi toponimi pertinenti a tratti di percorso più lontani da Marassi, al viaggiatore in arrivo a Genova era indicata chiaramente, con la radice “mar”, la direzione del grande acquitrino.

Certamente toponimi di età molto antica, fortunosamente e fortunatamente sfuggiti alla smania attuale dell’intitolazione a defunti, perché ritenuti in aree marginali o di poca importanza.
Come appare da questo veloce panorama storico, la Marassi attuale con il suo “Piano”, le strade parallele, lo stadio, le carceri, è insediamento assai più moderno, conseguente alle scelte operate dal Comune di Genova dopo l’immissione nel proprio territorio dell’antico comune autonomo, intervallato solo sporadicamente da qualche ricca villa nata negli ultimi secoli ai bordi della fertile piana alluvionale.
La Marassi più antica, gli spontanei insediamenti di via, soffocati dagli alti casermoni conseguenti all’attuale alta densità abitativa del quartiere, sono ancora leggibili nelle sue frazioni, verso le creste dei monti, a Quezzi, a Molinetto, Egoli, Finocchiara, Ginestrato ed anche a Palazzo.

 

 

QUEZZI
Toponimo ancora oscuro, indicato come Quetio e Quici nei documenti del XII secolo.
Gli studiosi locali propendono per la sua derivazione da “aqua”, considerato il gran numero di torrenti e torrentelli che da quelle alture si gettano nel Fereggiano. Quezzi è antica frazione del comune di Marassi con cui passò a Genova nel 1874.
Altitudine  metri 141 s.l.m.
Bus AMT n. 82 (Stazione Brignole-Santa Maria di Quezzi) con capolinea a Quezzi alta
Bus AMT n. 47 (Largo Merlo- De Ferrari- Largo Merlo)

La fitta urbanizzazione moderna che accompagna lo scorrere del Fereggiano verso il Bisagno ha non poco stravolto luoghi, usanze e appartenenze.
E’ certo però che la parte più alta della valle, esposta al sole e lontana dai pericoli delle alluvioni, abbia ospitato antichissimi insediamenti umani, come è testimoniato nel Decreto di Guardia della Repubblica emanato nel 1190 e relativo ai doveri degli abitanti, in cui, trattando la valle del Ferisiano, si parla di “homines de Végoni et de Quici”.
Anche in una bolla papale del 1158 vengono citate le cappelle “Sanctae Mariae de Quetio et Sancti Ambrosii de Veguli”.
Per la posizione preminente su una via di grande passaggio, con le case ai bordi delle creuze oggi ancora frequentate, Quezzi, forte dell’aiuto economico delle famiglie potenti che vi costruirono le dimore di campagna dette “casini”, superò presto Egoli in popolazione e ricchezza.
La sua chiesa dedicata a Santa Maria fu anche rivale di Santa Margherita di Marassi, sua contemporanea e costruita da marinai e mercanti che, insieme alle spezie, avevano portato dall’Oriente anche il culto di quella santa.
Nel 1322, al tempo delle lotte tra Guelfi e Ghibellini, i campanili delle due chiese si tramutarono in fortilizi nei quali furono assediati gli occupanti: i Guelfi a Marassi, i Ghibellini a Quezzi.
La cesura tra i due centri è rappresentata dal fianco dirupato e arido del colle tra Salita dell’Aquila (che è ancora Marassi) e Salita Gerbidi già appartenente all’ambito detto Ferisiano, dove si è sviluppato il quartiere moderno di Quezzi.
Da Marassi ai monti, a Leamara, ai valichi, la via era diretta, erta e quasi subito senza abitazioni ai bordi: via della Crocetta (toponimo soppresso per omonimia dopo l’annessione di Marassi a Genova e sostituito con via del Camoscio), poi Salita della Torretta (anch’essa sostituita con Salita dell’Aquila) e via delle Rocche.
Un itinerario frequentato da commercianti e viaggiatori frettolosi, senza necessità di alloggio né di fermate di servizio prima di Sant’Eusebio.
Diverso il percorso attraverso Quezzi: sempre da via Crocetta (toponimo testimone di antico crocevia) una salita più dolce sulla cresta accompagna la valle (prima parte dell’attuale Viale Centurione Bracelli) sino al secondo bivio, presso l’insediamento attorno alla cappella di San Rocco (antico Borgo Ferisiano), attrezzato per l’assistenza ai viaggiatori; indi un percorso esterno a via delle Rocche e via Leamara attraverso Salita Gerbidi e via Olmo, una passeggiata stupenda anche oggi, consigliata a chi vuol fare due passi in Genova.
Dal nucleo di Ferisiano un altro itinerario, più protetto e tra le case, attraverso Salita Chiapparolo raggiungeva la panoramica piazza di Santa Maria e le grandi proprietà delle famiglie ricordate nei toponimi Costa dei Ratti e Costa dei Zini.
Vicino all’antica chiesa abitano tuttora coloro che si considerano autentici Quezzini. Nelle vecchie e basse case di via, nei tranquilli casini immersi in profumati ed ombreggiati giardini, nelle porte spalancate dei circoli ricreativi dove uomini e donne dispongono ancora di tempo per parlare tra loro, si ritrova l’anima di un borgo glorioso che, dall’alto della sua panoramica altitudine, osserva con sufficienza la selva dei caseggiati moderni costruiti sul torrente, del quale occupano parte del letto e sono perciò costretti ad accettarne alluvioni e miasmi.
La piazza, dove accanto alla parrocchiale di Santa Maria sorge anche l’importante Oratorio della Maddalena, è punto di arrivo di parecchie salite che qui convergono da opposti punti cardinali. Perciò, dal fondo della valle dove il torrente Fereggiano si forma, originato dalla confluenza dei rii Molinetto e Finocchiara, in tempi moderni è stata segata una carrozzabile a tornanti intitolata alla più famosa nativa di Quezzi, quella Susanna Fontanarossa cui capitò la ventura di avere come figlio Cristoforo Colombo.
I Quezzini sono molto orgogliosi di questa illustre antenata così come lo sono della loro chiesa e delle opere d’arte in essa conservate: un quadro di Luca Cambiaso, un presepe attribuito a Bernardo Castello ed un prezioso gonfalone processionale dipinto da Pellegro Piola e sistemato nell’Oratorio della Maddalena.

Una piccola nota da parte dell'amico Pier Guido Quartero:

"quando si parla dell' origine del nome Quezzi si fa riferimento alla probabile esistenza di diverse fonti, tenuto conto che la radice que- si riferirebbe a presenza di acque. A conferma di quanto dite, anche in tedesco vale la stessa considerazione: infatti 'fonte' si dice QUELLE (pron. kvelle)."

PEDEGOLI, EGOLI, CIMA D’EGOLI
Egoli: toponimo moderno dall’antico Végoli o Végoni, forse patronimico di famiglia residente in zona, forse derivato da popolazioni qui migrate nel tardo impero, come può essere accaduto per Bavari (dall’etnico Baiiuvari, che è indizio di stanziamento primario di un gruppo di Bavari) o Pianderlino (dall’etnico Erli=Eruli).

Bus AMT n.82 Stazione Brignole- Santa Maria di Quezzi con fermata Pedegoli, via Daneo angolo via Egoli.

Aggrappato al monte dove il Fereggiano prende inizio dalla confluenza dei rii Molinetto e Finocchiara, l’insediamento umano di Egoli è senza dubbio molto antico e deve la sua divisione in tre diverse quote (Pè d’Egoli, Egoli e Cima d’Egoli) all’importanza strategica ricoperta nell’Alto Medioevo nella difesa dei confini della Repubblica.
Il grande pianoro sovrastante la Cima, identificabile con le pendici basse del Monte Ratti, aveva favorito nei secoli l’arrivo di popoli invasori in discesa da Bavari e Montelungo per cui, sulla discesa diretta verso la valle del Fereggiano si formò, mediante la nascita di questo paese di via logisticamente disposto in verticale sulla scoscesissima Rivalta, un baluardo contro l’ingresso di indesiderabili.
Già nel XII secolo nelle filze dei notai appaiono contratti di locazione o sentenze relative a dispute circa terreni in località Véguli, località fino a  quell’epoca considerata importante.
Ma quando i confini della Repubblica si fecero più estesi e sui monti circostanti vennero allestite “bastie” (fortezze), ridotte e forti, Egoli perdette il primitivo ruolo e gli abitanti di Cima si trasferirono in località più basse, in terreni meno aridi ed esposti ai venti, dove più comode erano le comunicazioni con gli altri centri.
Pertanto, nella disputa secolare tra gli abitanti di Végoni e quelli di Quezzi, questi ultimi ebbero il sopravvento, favoriti dalla posizione più facilmente raggiungibile da Marassi e, soprattutto, perché posizionati su una via di grande passaggio commerciale. In una bolla papale del 1180, accanto alla cappella Sanctae Mariae de Quatio è nominata quella Sancti Ambrosii de Végula, cappella che la memoria popolare d’oggi ricorda, nei racconti degli anziani, essere caduta in degrado e, da ultimo, essere stata trasformata in fienile.
Per questo motivo l’esiguo numero di famiglie che resistettero sul monte si servirono per secoli dell’unica salita scavata a chiocciola nella roccia viva, detta giustamente Rivalta, mentre soltanto da qualche decennio una traccia di percorso asfaltato a tornanti ha invogliato i proprietari degli antichi edifici a tornare almeno per le vacanze nei vecchi stabili ristrutturati.
Lassù alla Cima sono almeno tre, quasi sotto il grande pianoro che non è facile raggiungere, dove nei tempi più recenti sono stati stazionati batterie contraeree e tralicci dell’alta tensione.
Abitazioni attaccate l’una all’altra quasi ad aiutarsi vicendevolmente nella difesa da attacchi estranei. Intorno ad esse anche qualche fascia di terreno torna a rinverdirsi di insalate e fagiolini.
A mezza costa l’abitato di Egoli si presenta diverso: raggiunto dalla carrozzabile che prosegue verso la frazione Lavezzara, nella prima parte del XX secolo è stato scelto come sito panoramico e riparato per la costruzione di semplici villette con giardino e talvolta con torretta.
Ci si arriva velocemente anche salendo l’antica creuza da Pedegoli che, con costruzioni molto vecchie, presidia il fondovalle del Fereggiano e parte del Molinetto, ingombrando la stretta curva della carrozzabile per Quezzi che qui inverte direzione di centottanta gradi.


MOLINETTO
Toponimo che ricorda un mulino del XVII secolo, dotato anche di forno per la cottura del pane, trasformato poi in frantoio da olive.
Bus AMT n.82 Stazione Brignole- Santa Maria di Quezzi. Fermata a Pedegoli.

Al piccolo borgo di Molinetto è tuttavia consigliabile giungere dall’alto,  dal percorso panoramico di via Mottachiusura (quindi con fermata al capolinea dell’autobus 82 in Piazza di Santa Maria), con inizio dalla piazza della chiesa, salita a piedi per Costa dei Ratti e superamento a destra di via degli Oleandri.
Mottachiusura potrebbe sembrare un toponimo sibillino, ma in zona di corsi d’acque la chiusa precorre forse la piccola diga dove veniva raccolta l’acqua del torrente Molinetto per essere poi incanalata sulle pale della grande ruota del mulino.
Quanto a “motta” si può osservare che il percorso è il proseguimento di una traccia di traverso alla cresta montuosa di via Olmo che ha nome Motta, e forse significa smottamento, frana di terreno staccata dal monte che ben si può adattare all’origine del percorso, assolutamente diverso da quelli alti di costa, tipici di questa zona come di tutto il Genovesato.
Via Mottachiusura è altamente panoramica con vista sulle pendici del Monte Ratti e su tutta la sponda opposta del Molinetto dove, all’altitudine di Egoli, stanno le case Lavezzara, nome che probabilmente ricorda la pietra adatta a fabbricare terraglie (“Lavezzo”, come spiega il Casaccia nel Vocabolario Genovese- Italiano, indica una sorta di vaso che usavano i contadini invece della pentola, per cuocervi le vivande. Il lavezzo aveva un manico simile a quello del paiolo).
Dopo i primi caseggiati moderni, la traccia verso nord diventa una stradina di campagna che si avvia alta sul torrente ricco d’acqua anche nei periodi di siccità perché originato da una sorgente perenne che già gli antichi conoscevano, cui i militari, costruttori del Forte Ratti, diedero l’aspetto di fonte ordinata e facilmente raggiungibile e che i moderni escursionisti sulla vecchia strada militare ben conoscono e apprezzano.
Tale copiosità d’acque ha fatto sì che, lambite le prime rocce del terreno in piano, il Rio Molinetto al suo formarsi si allarghi in numerosi laghetti anche profondi, meta estiva dei giovani d’altri tempi, oggi un poco dimenticati e nascosti tra la vegetazione.
Via Mottachiusura è l’itinerario giusto per raggiungerli, se si hanno buone scarpe ed un bastone cui appoggiarsi nei punti più scoscesi.
Quando la via campestre, una mattonata all’antica, lasciato alla sinistra un gruppo di vecchie case ridipinte a colori vivaci, scende verso il letto del Molinetto, se si vogliono raggiungere i laghetti si deve proseguire sul sentiero, stretto fra la proprietà private, che continua costeggiando il torrente fino in vista del Lago Bo, il più grande, con intorno un’assolata spiaggia rocciosa.
Continuando invece in discesa su via Mottachiusura si giunge al ponte medievale sul rio e, alla mano sinistra, arroccato entro un gruppo di case assai vecchie, si vede l’antico mulino trasformato poi in frantoio di cui all’interno è ancora conservata la macina in pietra.
Il piccolo, grazioso ponte guida su Via Molinetto che, provenendo da Pedegoli, prosegue in salita oltre le case del mulino per perdersi poco dopo nel bosco.
Un tempo era una delle piste per salire al Monte Ratti, così come altre erano la Finocchiara, la Carpenera e la Via del Palazzo.
Però da quando, nella prima metà del secolo XIX, sul Ratti fu costruito il grande forte e fu tracciata la strada militare che vi sale dai Camaldoli e, sulla pendice opposta, dalla Leamara, le antiche tracce più scoscese e strette, dopo secoli di frequentazione di uomini e muli, come attesta la presenza dei piccoli ed omonimi paesi di via, andarono in disuso.
Il borgo del Molinetto è molto antico e, fino ad alcuni decenni fa, anche in gran parte abbandonato e degradato.
Attualmente molte vecchie case sono state ristrutturate e rese adatte alla vita moderna.
Dalla mattonata che scende a valle partono alcune passerelle al servizio degli stabili di sponda destra, un tempo forse mulini, oggi abitazioni.
Dove l’ombra è più fresca, nei secoli passati fu costruita una villa, oggi in rovina, e dato il nome di Viale  Canessa all’esiguo sentiero che ne costeggia la proprietà.
Sotto i grandi alberi che invadono anche il corso d’acqua, sta qualche castelletto pretenzioso del primo Novecento.
Dopo l’ultima discesa, un altro ponte antico fa passare in via Susanna Fontanarossa verso la chiesa di Quezzi; a sinistra un’antica fila di case a schiera della vecchia Pedegoli accompagna in piano il giro di Via Daneo sino alla creuza che sale ad Egoli.


 

FINOCCHIARA
Fitonimo con cui è indicato il rio lungo il quale il borgo si sviluppa in direzione della cava di cemento sulle pendici del Monte Ratti.
Bus AMT n.82 con fermata a Pedegoli, via Daneo angolo via Egoli.
Finocchiara è borgo di via su un’antica mulattiera diretta alle pendici del Monte Ratti in direzione di Bavari, definitivamente tagliato fuori dal sistema viario genovese nei primi decenni del secolo XIX, quando fu realizzata la strada militare che sale al monte dai Camaldoli e dalla Leamara.
Il moderno accesso al suo abitato è degradato: la necessità di creare una carrozzabile per Egoli ha realizzato all’ingresso della Finocchiara un orrendo svincolo di strade sopraelevate, di sottostanti depositi di materiale e rimesse di veicoli in uso e in demolizione.
Poi un ponte a schiena d’asino, con forte curvatura, porta l’occhio al di là del torrente qui limaccioso, ad una casa che, senza dubbio, in passato ebbe funzione di mulino.
La via prosegue invece in riva destra e più la creuza sale, più le casette antiche appaiono curate e circondate da piccoli giardini e orti.
Dal monte incombente alla sinistra, su cui si scorgono le strutture abbandonate del cementificio, scendono frequenti e precipitosi piccoli rii.
La fila delle case è lunga, molte appoggiate al monte, solo poche dalla parte del torrente.
Ad alcune dimore più antiche sono state aggiunte nuove stanze, sopra la sede della via; ciò dimostra che la traccia è più antica delle proprietà e che una via non può essere interrotta neppure da chi ne possiede la terra di sedime. Quando le case finiscono, il sentiero si perde nel bosco che dal basso appare fitto e impenetrabile.

 

GINESTRATO, CARPENERA, PALAZZO
Ginestrato: fitonimo present anche sulla riva opposta della Val Bisagno, in via delle Ginestre.
Carpenera: fitonimo molto antico e frequente nel Genovesat:Carpenara (Pegli), Carpinello (Murta).
Palazzo: dall’antica villa post alessiana che vi sorge in posizione dominante detta “Paxo” e che i Remondini citano come regione sottostante i Camaldoli.
Bus AMT n.82 con fermata in via Daneo, angolo via Donati.

I fratelli Remondini, nell’opera sull’archidiocesi di Genova, trattando la zona di Marassi danno importante rilievo anche alla “villa” di Ginestrato, al loro tempo patria delle “bugaixe”, lavandaie che per più secoli, nei trogoli alimentati dal torrente, provvedevano a lavare i panni dei cittadini genovesi.
Attualmente è andato perso il ricordo del quartiere intero dove i Remondini citano una cappella costruita nel 1790 dalla famiglia Ottaggio in onore della Madonna della Salute.
Oggi il toponimo è rimasto ad una salita in partenza da via Pinetti, dove la massiccia edificazione del secondo Novecento ha cancellato l’identità del luogo che doveva essere un paese di via sulla traccia sud-nord della valle, quando questa ancora veniva percorsa in quota a rispettabile distanza dal corso d’acqua.
Ciò trova conferma nella parte più a monte del tracciato che, superato il grande sbancamento di via Donati, si restringe e continua verso settentrione come via Carpenera.
La strada segue l’andamento del terreno accompagnata da casette contadine antiche ma ben riaggiustate, piccoli orti e stalle da dove giunge il muggito dei bovini.
Forse anche Carpenera apparteneva all’antica villa di Ginestrato ma, su terreno più umido e meno soleggiato, era caratterizzata da vegetazione più boscosa.
Purtroppo via Carpenera, che si percorre con piacere ed ammirazione dinanzi a secenteschi portali di “casini” di campagna, dopo il sottopassaggio dell’autostrada, ed una derivazione sulla destra con il medesimo toponimo ma presto imboscata, scende verso l’asfalto della via al Poligono di tiro.
E’ probabile che da questo antico “paese” si salisse al Monte Ratti attraverso le sue pendici di levante, così come, dalla cartografia di cinquant’anni fa, apprendiamo che accadeva anche per via del Palazzo, che giungeva all’Eremo dei Camaldoli, ed anche per via del Brusato che, a quota meno alta, si univa alla strada per i Camaldoli (via Berghini) poco sopra il bivio di Pianderlino.
La supposizione è d’obbligo perché dell’ultima parte e dell’arrivo di entrambe queste vie non esiste più traccia, essendosi richiuso il bosco nei luoghi indicati sulle carte.
Ma la loro prima parte c’è e ha inizio proprio alla sommità di via Donati, dove Ginestrato e Carpenera s’incontrano.
Via Brusato sale allargata e asfaltata, e da essa parte la creuza antica del Palazzo, diretta al colle di fronte a Santa Maria di Quezzi e al forte omonimo.
E’ punto assai panoramico con vista sulla Lanterna e sulla Riviera di Ponente.
Al civico 2, il “Palazzo” che ha originato il toponimo: una villa di tipo post alessiano (ma il tetto a quattro falde triangolari denuncia un recente rifacimento in tegole rosse), a due piani, uno nobile ed uno molto più basso d’aria, con portale secentesco centrale cui si accede da un duplice scalone in partenza da un’aia difesa da due portali uguali e simmetrici.
Quello che porge sulla creuza porta uno stemma in marmo sormontato da corona.
La memoria popolare ha tramandato la notizia che nella prima metà del secolo XIX il comune di Marassi se ne servisse come carcere.
Dopo il Palazzo la creuza continua a salire panoramica, accompagnata da villette moderne e giardini.
Ad una svolta a destra il tracciato appare chiuso ai bordi da un muretto a secco ed una fila di case antiche che seguono l’andamento della via.
Un segno sicuro di un percorso più antico delle case, nate in funzione di esso.
Oltrepassato il numero 13, che corrisponde ad un enorme palazzone moderno, la creuza del Palazzo si interna e ben presto viene inghiottita dal folto bosco e ricoperta di piante infestanti.

 

articolo tratto dal giornalino locale "Il Quartiere"

(clicca sull'immagine per ingrandire)

ALCUNE CURIOSITA’…
( da materiale fornito dal Corpo Forestale dello Stato- sezione Viale Brigata Bisagno
per un lavoro con la Scuola Borsi -  Quezzi -   anno  scolastico 2008-09-  classi  seconda e terza)


CENNI STORICI

Vicino al Rio Mulinetto  passava una delle direttrici dell’antica Via del Sale , strade e mulattiere  che attraverso l’ Appennino collegavano la Pianura Padana ed oltre- le Alpi- con le zone  portuali liguri. Una direttrice viaria passava proprio  nei pressi dell’ attuale  via per Forte Ratti, si dirigeva verso Bavari e di lì per le zone della pianura padana, un’ altra- alta- di costa verso le riviere.
Un’ altra ancora dall’ attuale Righi  verso le odierne Savignone e Casella,  sempre per la zona padana.


  Le  acque

Un corso d’ acqua non inquinato è caratterizzato dalla presenza  di specie sensibili allo inquinamento.
Nel Rio Mulinetto,  già a partire dal laghetto Gallo (detto anche lago dei bambini perché poco profondo,  il primo subito dopo gli ultimi campi coltivati, a salire) possiamo  trovare    degli invertebrati  che vivono ancorati sulle pietre del fondale, altri sulla sabbia, altri su piccoli vegetali acquatici.

Uno di questi è il plecottero,  molto sensibile all’ inquinamento; la sua presenza  è quindi indice di acqua pulita.