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RICORDI, PENSIERI, RIFLESSIONI di Angelo Canessa


“Scorci di Quezzi: carrettieri e lavandaie”


Parlare di Quezzi per gli estranei, i “foresti”, è come cercare di individuare tra terminologie astruse un significato plausibile…
Forse una località, un utensile poco usato, o chissà cos’altro.

Ma per un genovese questa parola, anche se spiegata e sviscerata dalle sue origini toponomastiche, rimanda il pensiero allo scorrere di ruscelli, ad aspre colline con uliveti ed erbe aromatiche, a basse cime rocciose di argilla e calcite.
Paesaggio boschivo apparentemente poco ospitale, per gente scarna, essenziale, avvezza al continuo lavoro di un orto ingrato.

Gente di poche pretese ma di ferrea volontà, tanto da costruire case trascinando massi dal fondo di un fiume o da edificare forti e torrette nelle zone più impervie.

La storia di un quartiere di periferia con un retaggio di borgata.

Sembra ancora di percepire la fragranza emanata da piante intrise di secoli; sale ancora alla mente l’acre sentore della polvere da sparo trattenuto dalle cortecce, memoria di passate battaglie…
…Napoleone, gli Austriaci, la Prima e la Seconda Guerra Mondiale… Eh sì, i signori visitatori non risparmiarono campi, creuze, cascine e poderi.


Racconti di anziani davanti ad una tisana fumante, ad un piatto di minestra bollente attorno a stufe fumiganti: strani racconti di fiabe e leggende miste a verità popolari.
A proposito di aneddoti…mi sovviene il racconto tramandato da mio padre riguardo ad un “manente” che in punto di morte espresse codesta volontà: essere deposto con bara ed arredi personali sul fondo di un laghetto del rio Finocchiara, luogo eremitico ed avulso da ogni passaggio. Infatti, aveva chiesto di non voler più sentire il gallo cantare e le cicale frinire, suggello di una vita pregna di filosofia e … pazzia!

A questo punto è forse opportuno fermarsi: un attimo di certosino silenzio per commemorare l’anima vera del nostro paesino…
Ecco che scorgiamo avanzare, come due statuine di presepio animato, un uomo ed una donna nei loro tipici indumenti da lavoro filati a mano, magari sgualciti ma onorevoli.

Si avvicinano, distinguiamo la loro essenza: un carrettiere ed una lavandaia… i miei nonni!

Chi, come il mio nonno paterno Baciccia al vulgo “Ciccin” ebbe modo, reduce dalla Prima Guerra Mondiale, di reperire un mulo con carro, non scartò l’idea di intraprendere l’attività della “soma”, cioè il carrettiere.
Grama tirata quotidiana fatta di salite e poche discese, tessuta su quelle stradine dette mulattiere, costruite dagli stessi che le percorrevano.

 


Allora il nonno aveva circa vent’anni: magro ed asciutto nel pieno vigore della sua età, portava ancora in sé le ferite e le privazioni della vita di trincea appena lasciata.
Nonostante ciò, si fece coraggio e si diede da fare per crearsi un futuro, o meglio, una famiglia.

Conobbe così una signorina benestante del vicinato e promettendole, con un pizzico di inganno, mari e monti, la condusse a nozze.
Si stabilì in quella di Finocchiara, via ricca di “vivagne” e fasce ridondanti appunto di finocchio selvatico.

Ricordo ancora mia nonna Terre al vulgo “Angiula” dividere la giornata tra casalinga e lavandaia. Povera donna che, pensando ad una vita agiata, si ritrovò curva per ore ed ore a fare la sguattera e la madre di famiglia.

Proprio vicino alla casa dei nonni, purtroppo venduta, esistono tuttora trogoli ancora in uso. Alcuni sono andati sepolti durante la riattazione di un muro, ma i miei ricordi di bambino scavano fino ritrovarne il senso, il rito più profondo.

“BUGAIXE”.   Parola che fonde opera ed artista, lavoro e sudore, canti e lamenti.

Lenzuola e panni si avvinghiavano a braccia e gambe, mentre l’esperienza e l’abilità li dirigevano lesti su lastroni di marmo ed ardesia.
Suona ancora lo sbattere di quei lini tra spruzzi d’acqua, lisciva e cenere.

I nonni continuarono il mestiere sino ad età avanzata, proseguirono con i figli sposati e si fermarono al mancare delle forze, sul cuscino dell’inabilità.

Che dire della loro discendenza?
I figli dei figli non seguirono le loro orme; presi dal fermento innovativo del progresso cercarono di sistemarsi tra uffici ed officine, conservando comunque la nostalgica passione per la campagna, seguendo le note di una serenata con chitarra e mandolino che i loro avi solevano dedicare alle loro morose.


                                                                                     Angelo Canessa


 

 

Le seguenti fotografie ci sono state fornite dai coniugi Silvana e Nino di via Finocchiara

BUGAIXE


          Le bugaixe di Pedegoli

Memoria storica riguardante le Bugaixe (antiche lavandaie di Quezzi)  scritta di pugno, a quattro mani, dai signori Carlo Bianchi, nato in via del Molinetto, il  09-12-1942, GE e Canessa Giuseppe (detto “Nanin”), nato a Genova l’01-06-1933, figli e nipoti di lavandaie.
I ricordi si riferiscono agli anni attorno la seconda guerra mondiale ( le bugaixe erano attive già dall’800) e riguardano circa cento donne che lungo il Rio Molinetto, il Rio Finocchiara e la parte alta del Fereggiano, oltre all’impegno di casalinghe, in una fascia di territorio morfologicamente poco adatta all’agricoltura, si erano inventate con molta arguzia  il mestiere di lavandaia per conto dei benestanti di Genova: alberghi, trattorie, studi medici, case di tolleranza ecc. ( la clientela, i committenti, erano definiti  “Casann-e”).
Si iniziava il lunedì col ritiro della biancheria sporca e si terminava il sabato con la riconsegna.                    I tempi, naturalmente, variavano secondo clima e stagione.
       
LUNEDI-MARTEDI-MERCOLEDI’
Attorno alle sei del mattino le bugaixe partivano da Largo Merlo  e da Pedegoli col tram, per ritirare dalle loro casann-e  la biancheria sporca che veniva sistemata, suddivisa in piccoli involti detti  sciorte, per famiglia o locanda o altro che fosse, all’interno del “Mandillo da gruppo” o “Drappo” (grande fazzoletto di robusto cotone distinguibile grazie a segni particolari  -colore, tipologia del nodo, nastrini, etc. - )  talvolta  assieme ad altre merci.
Poi , trasportando l’involucro sulla testa , si recavano nei magazzini del centro (Portoria, via  Don Bosco - ora Piccapietra -  e Porta Pila) dove i carrettieri, a volte parenti, insieme ad altre merci per rifornire i negozi, trasportavano nel pomeriggio i mandilli su per Quezzi,
Questi giungevano a destinazione  lungo le mulattiere con l’ausilio di muli, asini, cavalli o trasportate dalle bugaixe stesse  sulla testa. Sempre nel pomeriggio si procedeva alla cernita, “Çernia”, dei panni che venivano trattati a seconda di colore, grado di sporcizia , tipo di tessuto.
Il termine “Bugâ”, fare il bucato, ha dato il nome alle Bugaixe ed al locale dove si svolgeva la “bollitura”. Questo era solitamente ubicato nei fondi delle case, con una struttura in laterizio (cemento, pietra, mattoni) contenente due vasche adiacenti: l’una in rame, “Puiêu”, sorta di calderone largo circa un metro e profondo cinquanta centimetri con sottostante cella ove fare fuoco a legna (una specie di grosso ronfò) in cui venivano bolliti i panni più resistenti allo sporco; l’altra in muratura intonacata, di circa un metro di diametro ed un metro e venti di profondità, con sottostante scarico per il deflusso dei liquidi, nella quale veniva posta a strati la biancheria meno sporca, e su cui si versava acqua bollita assieme a lisciva, potassa e cenere.
Il tutto restava in ammollo per una notte.
Va precisato che le bugaixe venivano definite tali perché in possesso del locale per il bucato, mentre le donne al loro servizio erano comunemente definite lavandaie.                                            “Chitara” e “Checco”  erano bravi muratori specializzati nella costruzione delle vasche sopra citate. Bravi anche con i muretti a secco!
Il martedì e la mattina del  mercoledì la biancheria veniva trasportata nei  “Trêuggi” (trogoli) e nei meno conosciuti  “Laghi”, grosse vasche artificiali di circa due metri per tre, appoggiate ai bordi del rio, con copertura in paglia o lamiera, delimitate da muretti in pietra alti quaranta centimetri con soprastanti lastre orizzontali sempre in pietra dette Battute, “Battûe”. Il tutto veniva alimentato da prese o canalette , “Ciûse”,  che con apposite pendenze permettevano afflusso e deflusso delle acque.
Le bugaixe lavavano i panni all’interno delle vasche e nei  mesi invernali, per evitare il contatto con l’acqua gelida, utilizzavano mezzi tini in legno calandosi al loro interno.
Lavavano col sapone ed utilizzavano le battute (talvolta aiutate dagli uomini) per sciacquare i panni più resistenti aiutandosi col “Battoezo” ( specie di grossa clava in legno).                                   Infine, per ottenere l’effetto bianco, si effettuava un  trattamento col turchinetto (composto di silicio, ossido di alluminio, carbonato sodico e zolfo).
In ultimo la stenditura, la parte più pittoresca:  i panni venivano trasportati nelle fasce e stesi su fili di ferro sorretti dalle  “Carasse” (pali in legno di castagno)  colorando così il Molinetto, prevalentemente di bianco, e rendendolo ben visibile da Quezzi alta.
      
MERCOLEDI’ -GIOVEDI’  -VENERDI’
La sera si ritirava la biancheria e tra giovedì  e venerdì, se l’asciugatura era ultimata, si procedeva alla piegatura ed alla composizione dei “Drappi”.
      
SABATO
Al mattino, procedimento inverso: le donne, talvolta con l’aiuto dei ragazzini, portavano gli involti ai carrettieri che li facevano pervenire ai magazzini. Le bugaixe, recatesi in centro, li ritiravano ed effettuavano le consegne alle loro casane, venivano pagate ed a loro volta retribuivano carrettieri e magazzini.
Al termine spesa, drappo in testa e rientro in famiglia.

L’attività è cessata del tutto negli anni 1960/70 con la completa diffusione della lavatrice. Anche gli ultimi carrettieri rimasti (Giovanni, Giuse e Ciuin) negli stessi anni hanno appeso la frusta al chiodo cedendo il passo ai moderni mezzi.
Dalla nostra ricerca non si sono evidenziati canti specifici. Dai ricordi emersi si cantavano brani dell’epoca quali:  “In to destende i drappi”,  “Lanterna de Zena”, “Baciccin vattene a cà” e, pare, filastrocche come “ Fanni a nanna popon de pessa”. Quest’ultimo sembra si intonasse ai bimbi che le bugaixe portavano con sé durante il lavoro e che venivano posti in ceste a vista negli spazi  in ombra, mentre i più grandi giocavano nei laghetti all’interno di rudimentali barchette.

                                                                                 Genova, 04 luglio 2009


LEGENDA
• BATTÛE – pietre sulle quali si batteva la biancheria.
• BATTOEZO – grosso bastone per battere i panni.
• BOTTE – vasca in laterizio del locale bugaixe atta all’ammollo dei panni.
• BÛGÂ – fare il bucato.
• CARASSE – pali in legno di castagno.
• CASANN-E – clienti o committenti.
• CIÛSE – canalette di ingresso e di uscita per l’acqua.
• LAGHI – vasconi artificiali lungo i bordi del rio.
• MANDILLO DA GRUPPO o DRAPPO – grosso fazzoletto di cotone con contrassegno.
• PUIÊU – vasca in rame preposta alla bollitura dei panni più sporchi.
• SCIORTE – piccoli involti per singoli committenti contenuti all’interno del mandillo.
• ÇERNIA – cernita dei panni.

                                            

Anno 1950- Il sindaco Adamoli ad Egoli, in occasione dell'arrivo dell'acqua nel quartiere

Primo autobus numero 82

Pedegoli intorno al 1950

Pedegoli a metà degli anni 1960

Il ponte di via Finocchiara (immagine fornitaci da Emanuele Roccatagliata)

RICORDI, PENSIERI, RIFLESSIONI…di Severina Bianchi


Quella raccontata in questo giorno speciale è la storia di mia nonna Luigia, nata al Molinetto di Quezzi.

E’ vissuta sempre in questo quartiere che l’ha vista crescere, sposarsi ed avere quattro figli: mio padre Giovanni Battista detto “Gianni” e le sue tre sorelle, Colomba, Caterina e Teresa.
I bambini erano ancora piccoli quando nonna Luigia rimase vedova, per cui tanto fu il dolore, la fatica, il sacrificio per allevarli da sola.

Mia nonna era una bugaixe e lavava i panni per l’ospedale Gaslini.

Nei miei ricordi ci sono le immagini evocate dai suoi racconti: di quando, ad esempio, recatasi a stendere il bucato appena lavato al fiume, adagiò mio padre ancora in fasce sull’erba…dimenticandosi di riprenderlo a lavoro terminato. E lo spavento fu grande quando, accortasene, tornò correndo al prato per poi trovare il suo piccolo che dormiva beatamente.

Ed altri episodi, come il racconto di mio padre ormai grandicello che si recava a far legna nei boschi per il fuoco che serviva a scaldare l’acqua per l’ammollo dei panni sporchi.

Nonna Luigia morì ad ottantasette anni e fino ad ottantadue lavò i panni dei cosiddetti “signori”.

Sua figlia Colomba fu assunta all’ospedale Gaslini quando lo stesso allestì le lavanderie interne e, siccome il destino spesso prende per mano le persone e le accompagna attraverso percorsi familiari, io rappresento la terza generazione di bugaixe della mia famiglia.  


                                                                                  Severina Bianchi